Crescita Personale

Il bisogno di essere qualcuno

I 20-30 anni sembrano essere un’età di confusione, o almeno lo è per me. Ci sono giorni in cui ti senti in grado di fare tutto e giorni in cui pensi di fare schifo in tutto. A volte sei talmente carico che vorresti fare tutto insieme lo stesso giorno, altri giorni in cui vorresti procrastinare fino a dimenticarti cosa volevi fare.

Poi c’è la paura del giudizio.

Non è paura di un cattivo giudizio, è paura del giudizio e basta. Paura di attirare troppa attenzione. Paura di essere sotto i riflettori e non sapere cosa fare. A volte penso sia anche paura di avere successo.

Si può avere paura di farcela? Secondo me si. Se dovessi avere successo come lo gestiresti? Cosa faresti?
Se diventassi ricco riusciresti a non bruciare i soldi in cazzate? Cosa ci faresti? Andresti in vacanza? Una macchina nuova? Per me il primo acquisto probabilmente sarebbe una chitarra.

Tornando al discorso di prima, i 20-30 anni sembrano essere un’epoca di confusione. Poi ci si mette anche il covid di mezzo ed ecco fatto il danno, non si capisce più un cazzo. Alcuni giorni penso che vorrei aprire un’attività, poi mi rendo conto che forse vorrei lavorare il meno possibile, poi penso che vorrei diventare un chitarrista, un musicista, un produttore, forse un’insegnante di musica. Anche il turnista non sarebbe male.

Oppure potrei fare lo scrittore? Mi piace scrivere. Ma avere il piacere per la scrittura non basta. Riuscirei a scrivere centinaia di pagine su un argomento? Boh, forse si. Finché non ci proverò non lo saprò mai.

Nella scrittura c’è qualcosa di intimo che al tempo stesso ci appartiene ma sembra non provenire da noi. Sembra provenire da una parte di noi che non conosciamo. Uno spirito che vive dentro di noi e a volte prende possesso della nostra coscienza e inizia a dettare le parole da scrivere. Forse lo spirito non vuole che la nostra mente inquini il flusso di coscienza generato da lui. Gli siamo d’intralcio.

Scrivere per se stessi non è facile. Scrivere per gli altri è più facile, ma non funziona. Si finisce per essere falsi, nei confronti di se stessi e non solo. Se scriviamo per gli altri inquiniamo i nostri pensieri. Non riusciamo a dire quello che pensiamo, per paura del giudizio degli altri. Rimanere anonimi è più facile. È la via più facile e sostenibile della vita. Se siamo anonimi nessuno ci noterà e verrà a disturbarci. Se siamo anonimi possiamo specchiarci negli altri, comportarci come loro e fare gruppo più facilmente. “Guarda sono come te, non devi giudicarmi.”

Il giudizio è dentro ognuno di noi. Tutti giudicano tutti, anche chi dice di non farlo. È un meccanismo naturale, o almeno così sembra. Se non avessimo giudizio sulle persone non saremmo in grado di distinguere quelle buone da quelle cattive. Chi ci piace da chi non ci piace.

Il giudizio è sbagliato? No.

È sbagliato l’uso che se ne fa. Come avviene spesso con i soldi. I soldi non sono malvagi. Non hanno pensiero, coscienza, sono inanimati. L’uso che ne fanno le persone a volte è sbagliato. Come con il giudizio. Se usi i soldi per scopi malvagi sei tu malvagio. Se usi il giudizio per scopi malvagi, sei tu malvagio.

Dipendiamo dagli altri, tutti dipendiamo da tutti. Per essere curati, per avere e dare amore, per sopravvivere, per passare il tempo. Siamo tutti connessi, nel profondo, nella nostra necessità di essere una tribù o appartenere ad una tribù.

Nella necessità di avere un’identità. Per questo ci identifichiamo in qualcosa. Ci identifichiamo nel nostro lavoro, nella nostra passione, nella nostra famiglia e nel nostro carattere.

Sono uno sviluppatore, sono un musicista, sono un egocentrico, sono un tipo generoso. Usiamo spesso la parola sono invece che la parola faccio.

Per identificarci. Per essere qualcosa. Per essere qualcuno.

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